Il giardino nascosto di Agrigento: la Kolymbethra e le curiosità delle masserie

Nel cuore della Valle dei Templi, la Kolymbethra e le campagne agrigentine raccontano di acquedotti segreti, agrumi antichi e sere contadine tra rosari, zolfo e pane caldo.

19 febbraio 2026 15:00
Il giardino nascosto di Agrigento: la Kolymbethra e le curiosità delle masserie - Foto: fab./Wikipedia
Foto: fab./Wikipedia
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Un lago sacro diventato giardino

Se ci si allontana un attimo dal flusso di visitatori che scatta foto davanti al Tempio della Concordia, ci si accorge che la Valle dei Templi ha un cuore più intimo, quasi nascosto. È il Giardino della Kolymbethra, una conca verde che i cartelli definiscono “giardino storico”, ma che in origine era una grande vasca d’acqua costruita nel V secolo a.C. dai tiranni di Akragas per raccogliere le acque di un fitto sistema di acquedotti sotterranei.thesicilianguide

Gli antichi la usavano come bacino irriguo e luogo sacro: gli acquedotti – i famosi “fiumi nascosti” della città greca – scorrevano nel buio e affioravano qui, trasformando la conca in un piccolo lago circondato da piante e animali esotici, quasi un giardino zoologico ante litteram. Oggi al posto dello specchio d’acqua ci sono filari di agrumi antichi, mandorli e ulivi nodosi, ma l’impressione è la stessa: entrare in Kolymbethra significa scendere di livello, lasciare i templi sul crinale e infilarsi nel ventre umido della valle, dove il canto degli uccelli copre per un attimo il rombo delle auto sulla statale.italy-museum

Sotto gli agrumi, i cunicoli

La cosa che colpisce di più, quando si visita il giardino con calma, non è solo il profumo delle zagare o il colore arancio dei frutti in inverno, ma il continuo riaffiorare dell’acqua. In certi punti il terreno sembra “respirare”: si aprono pozzi a sezione quadrata, piccole bocche di gallerie, le stesse condotte scavate dai Greci per portare l’acqua fino alla città alta e ai santuari.thesicilianguide

Le guide spiegano che quei cunicoli servivano sia ad alimentare la vasca sia come vie di fuga in caso di assedio, e non è difficile immaginare, nella penombra fresca, soldati che si muovono in fila indiana, con le torce accese, per sbucare lontano dalle mura. Alcuni di questi acquedotti, raccontano gli archeologi, furono riutilizzati in età cristiana come sepolture e più tardi come rifugi, creando una stratificazione di memoria che oggi si percepisce quasi fisicamente, soprattutto quando il sole picchia e là sotto l’aria resta fresca e ferma.italy-museum

Sere contadine tra rosario e zolfo

Fuori dalla Valle, nelle campagne intorno ad Agrigento, la vita ha seguito per secoli un ritmo che oggi sopravvive appena, ma che qualcuno ha raccontato con precisione disarmante. Nelle masserie, al calare del sole, i contadini rientravano dai campi o dalle zolfare con ancora addosso la polvere gialla, e prima ancora di pensare al cibo si radunavano per il rosario. Una vecchia descrizione delle serate contadine nella zona agrigentina racconta la scena: la campana di Sant’Anna che annuncia la fine del giorno, le massaie che mettono a mollo i legumi e preparano le paste per la minestra, il lume acceso con lo zolfanello strofinato sul muro, i bambini che si segnano e chiedono la benedizione al padre prima che tutti si siedano a tavola.agrigentoierieoggi

Il cibo è semplice ma pieno di significato: olio d’oliva “per molcere” la forza del pepe, pane spesso, verdure e legumi delle campagne, qualche pezzo di carne nei giorni di festa. Non è la Sicilia da cartolina, ma quella reale di una provincia dove la stessa gente che lavorava nelle miniere di zolfo – parte di un sistema produttivo che metteva la Sicilia al centro dell’economia europea dell’Ottocento – tornava a casa a sera e si ritrovava intorno al desco, tra la fatica e una religiosità concreta, fatta di gesti ripetuti e formule in dialetto.celeste-ots

Dalla città “più bella dei mortali” ai paesaggi di oggi

Chi guarda Agrigento solo dalla prospettiva dei templi rischia di perdersi questo intreccio tra sottosuolo, lavoro e quotidianità. Già gli antichi, come ricorda la tradizione, dicevano che gli agrigentini “costruiscono come se dovessero vivere in eterno, ma mangiano come se dovessero morire domani”, sottolineando il contrasto tra monumentalità dei templi e piacere del vivere.comuni-italiani

Oggi quello spirito resiste nei paesaggi sparsi per la provincia: piccoli paesi che si affacciano sulle colline, resti di catacombe paleocristiane scavate nelle grotte, castelli trasformati in musei all’aperto come il Castello Incantato di Sciacca, dove un contadino-sculptore ha disseminato il giardino di teste in pietra; e ancora, masserie riconvertite in agriturismi dove, nelle sere d’inverno, capita ancora di sentire recitare l’Ave Maria come un tempo, prima che qualcuno apra una porta e il profumo del pane appena sfornato si mescoli all’odore della terra bagnata.scrivolibero

Kolymbethra come chiave di lettura

In questo intreccio di acqua, pietra e memoria, la Kolymbethra è quasi una chiave di lettura della provincia agrigentina. Come quel giardino nato da un lago sacro, anche il territorio ha continuamente riutilizzato se stesso: gli acquedotti greci diventano rifugi cristiani, le campagne contadine nutrono la città dei templi, le zolfare trasformano colline tranquille in un paesaggio industriale e poi in archeologia industriale, da studiare e magari salvare.legambientesicilia

Passeggiare tra gli agrumi sotto i templi, sapendo che sotto i piedi scorrono ancora i tunnel scavati 2500 anni fa, mentre a pochi chilometri di distanza qualcuno rievoca le antiche sere contadine con rosari e ricette di masseria, restituisce l’immagine più vera di Agrigento: non solo cartolina dorica, ma organismo vivo, che ha imparato a fare del proprio sottosuolo – d’acqua o di zolfo – una parte essenziale della propria identità.agrigentoierieoggi

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